Non parla, difficilmente guarda negli occhi e se lo fa ha uno sguardo
strano … non si riesce a capire cosa voglia dire. Si concentra nelle sue
attività, quelle che sceglie lui, che a volte ci appaiono strambe. Sentiamo una
specie di timore nell’intervenire nel suo gioco … potrebbe scacciarci con un
gesto, senza nemmeno sollevare lo sguardo, potrebbe semplicemente alzarsi e
andar via, potrebbe urlare o innervosirsi a tal punto da rendere più difficile
ogni successivo contatto. È un bimbo con Autismo…
Nell’essere educatori ed insegnanti sentiamo che molte delle strategie
che abbiamo accumulato negli anni, che ci fanno sentire tranquilli di saper
INSEGNARE, non funzionano con lui. E’ imprevedibile, un giorno è disponibile,
accetta le nostre proposte, il giorno dopo ci lancia per aria le cose, tra
l’altro facendoci sentire a disagio rispetto alle altre insegnanti ed ai
genitori. Eppure è dolcissimo, e quando riusciamo a fare qualcosa con lui, a
conquistarci un sorriso, l’emozione ci cattura. E allora cominciamo a pensare
come poter fare di meglio, come potergli insegnare di più, come poter giocare
di più e meglio, come insegnargli a giocare con gli amichetti …
Le cose che ci dicono gli operatori
della riabilitazione non ci convincono del tutto … che bisogna insegnargli a
fare una cosa per volta e poi dargli un premio … tutti questi premi
assomigliano ad un addestramento … ed il nostro compito non è addestrare ma
insegnare, trasmettere competenze e motivazione, preparare i bambini alla vita …
Qualche volta si arrabbia, qualche volta basta poco, allora si che
vorremmo sapere cosa fare, come fare con quei comportamenti aggressivi,
esplosivi, che sembrano impermeabili ai rimproveri ed allo sguardo perplesso
dei compagni.
Molto spesso la conoscenza di un
bambino con Autismo è un’esperienza emotivamente forte, attivata sia dall’umana
attitudine nel proteggere i più piccoli ed indifesi sia dalla ricerca di
relazione, che poiché resa più difficile dalla patologia diventa più urgente.
Tale attivazione emotiva può
mutare nel tempo ed essere logorata dalle difficoltà che permangono ed
emergono. Uno dei fattori protettivi maggiori della relazione tra l’adulto che
si prende cura ed il bambino è proprio
l’approfondimento della conoscenza del bambino reale, con i suoi gusti, le sue
attitudini e le sue abilità ed il partire da questa conoscenza per porsi
obiettivi altrettanto realistici nella sua educazione.
A scuola molto spesso le
insegnanti si affidano alla Diagnosi del bambino per avere indicazioni sulla
programmazione … altrettanto spesso sentono di non avere sufficiente competenza
nel portare avanti un programma didattico adeguato.
Di fatto la Diagnosi descrive il
tipo di patologia ma non dice nulla sui gusti, attitudini ed abilità.
Anche gli operatori della
riabilitazione possono suggerire un programma d’intervento e questo in genere è
maggiormente d’aiuto, poiché gli operatori conoscono il bambino e lavorano con
lui.
In alternativa gli insegnanti
stessi possono imparare come condurre un’analisi delle abilità attraverso test
strutturati, pensati per le caratteristiche comportamentali dei bambini con
Autismo.
Un esempio di questo tipo di
test, tra l’altro pensato proprio per gli insegnati è il PEP3, Profilo Educativo
Terza Edizione, tradotto in italiano e distribuito in Italia dalla casa
editrice Vannini.
Il test si compone di una serie
di prove dalla sensibilità ai suoni al gioco simbolico, dalle capacità
d’imitazione alla capacità di contare, leggere, rispondere a domande su di sé.
È adatto a bambini dai 3 agli 8
anni e restituisce un profilo di abilità acquisite ed emergenti suddivise nelle principali aree di sviluppo:
motricità, cognizione preverbale e verbale, imitazione visuomotoria, linguaggio,
reciprocità emotiva e sociale.
Questo tipo di profilo di abilità
è alla base di una programmazione psicoeducativa, ovvero alla base
dell’individuazione di obiettivi realistici ed utili.
Pensiamo che l’analisi diretta
delle abilità da parte degli insegnanti possa accompagnarli nella conoscenza
globale del bambino e aiutarli a prender parte in modo più attivo alla
definizione del “programma scolastico” congiuntamente agli operatori della
riabilitazione ed ai genitori.
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