domenica 12 febbraio 2012

Mamma di ferro o mamma di pezza, questo è il problema?


Quando arriva un bambino all’interno di una famiglia questa va incontro, come sappiamo, a uno stravolgimento fisico ed emotivo. Soprattutto nel caso del primo figlio la coppia genitoriale si deve assestare su nuovi equilibri dettati anche da un primo periodo in cui madre e figlio costituiscono una diade. 
La diade madre bambino nei primi mesi ha sicuramente un valore concreto legato alle cure necessarie di nutrimento, igiene ecc. Secondo la teoria psicoanalitica durante il primo anno il bambino cerca il soddisfacimento delle sue pulsioni e quindi il piacere tramite la stimolazione della cavità orale. Questo soddisfacimento avviene principalmente dalla madre attraverso l’allattamento. Quindi alla base dell’attaccamento del piccolo alla madre ci sarebbe,secondo Freud, il soddisfacimento di una pulsione primaria come quella nutritiva, mettendo in secondo piano il soddisfacimento di una pulsione secondaria come quella affettiva.  

Quanto fa 3 per 3? OTTO!!!


Le tabelline croce e delizia di generazioni di studenti e di genitori che ne sottolineano l'importanza. E se non si imparano? Nell’immaginario comune, soprattutto di qualche anno addietro, ciò è dovuto alla scarsa applicazione, alla svogliatezza o al massimo alle scarse risorse cognitive.
È possibile che ci sia un altro motivo? La Neuropsicologia ci dice di si, ci dice che esiste tra i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA) un disturbo chiamato Discalculia evolutiva. Questo tipo di problematica viene definita evolutiva proprio perché il bambino ha difficoltà ad apprendere alcune competenze aritmetiche, come avviene per le difficoltà di apprendimento della lettura e scrittura. Come per gli altri DSA anche nel caso della discalculia, i deficit conseguenti non sono causati da una difficoltà cognitiva generale (intelligenza) ma da una difficoltà specifica, la cui eziopatologia è stata individuata in significative modificazioni dell’attività delle cellule neuronali di alcune aree cerebrali.

Vivacità: tra normalità e patologia


Spesso nella pratica clinica ci si trova davanti a genitori preoccupati perché loro figlio/a è troppo vivace, non sta mai fermo e ha problemi a mantenere l’attenzione soprattutto a scuola. Sebbene siano comportamenti da tenere sotto controllo e non sottovalutare, soprattutto per quanto riguarda il comportamento e l’attenzione nel contesto scolastico, spesso (e lasciatemi aggiungere per fortuna!!) non  sono sufficienti per diagnosticare una patologia come l’ADHD.
L’ADHD, ovvero l’acronimo inglese per disturbo di attenzione con iperattività, è una patologia molto complessa che comporta diversi sintomi che non sono esclusivamente collegati al continuo movimento o alla distrazione. Per poter effettuare una diagnosi sono necessarie condizione specifiche, come la persistenza dei sintomi per almeno 6 mesi e la presenza degli stessi in più di un contesto (ovvero deve manifestare gli stessi comportamenti ad esempio sia a scuola che a casa, sia con i genitori che con i nonni). In termini descrittivi questi bambini non solo amano correre e non prestano attenzione a scuola, ma spesso non riescono a controllare i loro movimenti, passano da una attività all’altra anche quando questa è per loro piacevole, difficilmente si rendono conto del pericolo che corrono eseguendo alcune attività (arrampicarsi ecc.) tanto per fare degli esempi.

Dislessia e Autostima


Chi di noi non ha mai provato la sensazione di sentirsi inadeguato in un momento della sua vita, di non essere capace di fare qualcosa? Con buona probabilità è un vissuto che appartiene ad ognuno di noi e che ognuno di noi ha contrastato e superato grazie all’immagine che ci si è costruiti nel corso della vita, grazie a tutte le esperienze positive e di “capacità” che si sono sperimentate.
Un bambino dislessico, o in generale con un disturbo specifico dell’apprendimento, sperimenta giorno per giorno la frustrazione scolastica, la sensazione di incapacità, di non riuscire nonostante gli sforzi e la volontà, nonostante le buone capacità cognitive. Giorno dopo giorno questo vissuto influenza la costruzione dell’immagine di sé, l’autostima e l’idea delle proprie capacità e possibilità.
Per questo motivo è facile comprendere come la dislessia, e in generale tutti i disturbi specifici dell’apprendimento, si presentano frequentemente associati a disturbi emotivi e comportamentali; il DSM IV elenca tra i sintomi associati ai DSA: demoralizzazione, scarsa autostima e deficit nelle capacità sociali. 

mercoledì 8 febbraio 2012

Il parent training nell'Autismo: percorsi di gruppo


Il parent-training, ovvero percorso di formazione dei genitori, ha lo scopo di insegnare strategie educative studiate per far fronte alle specifiche problematiche di interazione e comunicazione dei bambini autistici.

Tali percorsi di formazione possono riguardare un’unica famiglia (con la presenza del bambino, strutturare situazioni e individuare modalità adatte a insegnargli abilità), o riguardare più famiglie che condividono problematiche simili.

Conoscere e definire un programma scolastico per un bambino Autistico


Non parla, difficilmente guarda negli occhi e se lo fa ha uno sguardo strano … non si riesce a capire cosa voglia dire. Si concentra nelle sue attività, quelle che sceglie lui, che a volte ci appaiono strambe. Sentiamo una specie di timore nell’intervenire nel suo gioco … potrebbe scacciarci con un gesto, senza nemmeno sollevare lo sguardo, potrebbe semplicemente alzarsi e andar via, potrebbe urlare o innervosirsi a tal punto da rendere più difficile ogni successivo contatto. È un bimbo con Autismo…

martedì 7 febbraio 2012

Perché leggere “con” i bambini?

Negli ultimi anni si è molto discusso sull’educazione alla lettura con i bambini e sull’importanza di abituarli precocemente a tale pratica. L’efficacia formativa dell’incontro dei bambini piccoli con il libro è stata dimostrata da vari studi (Lumbelli, Salvadori, 1977; Lumbelli, 1988; Cardarello, Chiantera, 1989; Catarsi 1999) secondo i quali esiste un nesso molto stretto tra l’abitudine alla lettura a partire dai primi anni di vita e lo sviluppo di una forte motivazione al leggere, nonché di una futura acquisizione della competenza della scrittura. I motivi sono molteplici in quanto la lettura «assume un impegno pedagogico sostanziale, infatti, questa attività può creare effetti positivi di vario tipo, che influenzano la crescita del bambino sul piano cognitivo, linguistico, emotivo e relazionale e costruisce le basi di un rapporto affettivo con il libro; creando l’abitudine all’ascolto e inducendo alla creazione di immagini mentali; potenziando il linguaggio; accrescendo il desiderio di imparare a leggere e rafforzando il legame affettivo lettore-ascoltatore» (Freschi, 2008). L’abitudine alla lettura è il risultato di un lento procedimento che dovrebbe iniziare il prima possibile e protrarsi per tutto l’arco della vita. Utilizzare dei libri di immagini che raffigurano storie e cose che interessano il bambino e lo coinvolgono in prima persona, gratificano la sua capacità di comprensione e di condivisione al punto che tale esperienza sarà da lui vissuta come un’attività piacevole. Grazie ai temi trattati nei libri (rabbia, collera, amore, tenerezza, ecc.) il bambino impara a riconoscere i suoi stati d’animo, identificandosi con i personaggi all’interno della storia. La lettura è quindi un elemento fondamentale di sviluppo della persona, non ci aiuta solamente a conoscere ed affrontare il mondo in cui ci troviamo ma ci fornisce anche gli strumenti per conoscere noi stessi.