domenica 12 febbraio 2012

Vivacità: tra normalità e patologia


Spesso nella pratica clinica ci si trova davanti a genitori preoccupati perché loro figlio/a è troppo vivace, non sta mai fermo e ha problemi a mantenere l’attenzione soprattutto a scuola. Sebbene siano comportamenti da tenere sotto controllo e non sottovalutare, soprattutto per quanto riguarda il comportamento e l’attenzione nel contesto scolastico, spesso (e lasciatemi aggiungere per fortuna!!) non  sono sufficienti per diagnosticare una patologia come l’ADHD.
L’ADHD, ovvero l’acronimo inglese per disturbo di attenzione con iperattività, è una patologia molto complessa che comporta diversi sintomi che non sono esclusivamente collegati al continuo movimento o alla distrazione. Per poter effettuare una diagnosi sono necessarie condizione specifiche, come la persistenza dei sintomi per almeno 6 mesi e la presenza degli stessi in più di un contesto (ovvero deve manifestare gli stessi comportamenti ad esempio sia a scuola che a casa, sia con i genitori che con i nonni). In termini descrittivi questi bambini non solo amano correre e non prestano attenzione a scuola, ma spesso non riescono a controllare i loro movimenti, passano da una attività all’altra anche quando questa è per loro piacevole, difficilmente si rendono conto del pericolo che corrono eseguendo alcune attività (arrampicarsi ecc.) tanto per fare degli esempi.
Teorie abbastanza recenti (Barkley, 1999) hanno chiarito che questo disturbo non è solo un disturbo di attenzione e deriva da un difetto evolutivo nei circuiti cerebrali che stanno alla base dell’inibizione e nell’autocontrollo (alcune delle Funzioni Esecutive). È proprio questa mancanza di autocontrollo che pregiudica altre funzioni come la capacità di mantenere l’attenzione ma anche quella di posticipare le gratificazioni e di saper aspettare in previsione di una maggior vantaggio. Questi ultimi punti sono molto importanti per i genitori che si trovano a dover interagire con bambini con ADHD. Molti dei nostri consueti strumenti educativi spesso, infatti, si basano su promesse di premi e punizioni, senza specifiche definizioni temporali, in funzione dei comportamenti messi in atto, ma per questi bambini queste tecniche sono fallimentari. Fare i compiti in attesa del premio promesso è praticamente impossibile per un bambino con ADHD, non solo ha difficoltà a mantenere l’attenzione necessaria per eseguire il compito, ma ha anche il problema di non riuscire a controllare per esempio l’impulso a alzarsi. Inoltre non trova giovamento dall’idea che poi (senza un aspecifica definizione temporale)avrà un premio perché ha difficoltà a prevedere ciò che serve per ottenere lo scopo e ha molte difficoltà ad aspettare il tempo necessario e posporre la risposta motoria ad un evento qualsiasi (anche non collegato al compito che si sta eseguendo).
Le difficoltà di questi bambini come abbiamo visto non sono legate a problemi educativi, caratteriali o di scarsa motivazione ma ad una patologia del cervello per cui alcune aree che controllano l’attenzione e la capacità di controllo non lavorano nella maniera corretta. Ciò che potrebbe aiutare questi bambini è un ambiente più controllato, con meno distrazioni, e un sistema educativo che renda più frequenti e immediate le conseguenze delle azioni e più ravvicinati premi. È utile fornire anche le strategie di esecuzione dei compiti. In altre parole i bambini generalmente imparano ad eseguire alcuni compiti iniziano da piccoli a “dettarsi” i passi da compiere a voce alta, per poi rendere questi passaggi interni e automatici. I bambini con ADHD hanno difficoltà ad concepire ed esprimere questi passaggi; risulta quindi utile renderli espliciti e fornire loro la strategia di esecuzione. È inoltre molto importante per aiutare questi bambini che scuola, genitori e operatori cooperino fornendo al bambino lo stesso tipo di input per aiutarlo a non aumentare la confusione nella gestione di un compito e per automatizzare una strategia funzionale.

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